Inciampa spesso, fa fatica ad allacciarsi le scarpe, non riesce a usare le forbici come i compagni. Oppure capisce tutto, ma quando prova a parlare le parole escono storte, diverse ogni volta. Qualcuno ti ha detto che è "un po' goffo", "pigro", "distratto". Poi, un giorno, qualcuno ha pronunciato una parola nuova: disprassia.
Questo è il primo articolo di una serie dedicata alla disprassia. Qui ti spiego cos'è, quali forme può avere e come si arriva a riconoscerla. Negli altri articoli entriamo nelle due forme principali, quella motoria e quella verbale.
Un'avvertenza importante Questi articoli servono a capire meglio la disprassia, non a riconoscerla da soli né a trattarla in autonomia. Esercizi improvvisati, anche fatti con le migliori intenzioni, rischiano di aumentare la frustrazione del bambino senza aiutarlo davvero. Se hai un dubbio, il passo giusto è parlarne con il pediatra e con i professionisti che seguono tuo figlio.
Prima di tutto: cos'è una prassia
Per capire la disprassia bisogna partire dalla parola prassia. Una prassia è un movimento volontario, organizzato per raggiungere uno scopo: vestirsi, lanciare una palla, disegnare un cerchio, dire una parola. Sono azioni che a noi adulti sembrano automatiche, ma dietro ognuna c'è un piccolo lavoro del cervello, fatto di tre passaggi.
Sapere cosa fare. Avere in mente l'idea dell'azione: "voglio infilarmi la maglietta".
Programmare come farlo. Organizzare la sequenza dei movimenti: prima la testa, poi un braccio, poi l'altro, nell'ordine giusto e con la forza giusta.
Eseguire. Mettere in pratica il programma, controllando mentre lo si fa e correggendo se qualcosa non va.
Con la pratica, questi passaggi diventano automatici. Non ci pensiamo più: le mani sanno già cosa fare.
E la disprassia?
La disprassia è una difficoltà proprio in questo processo, in particolare nella programmazione e nell'automatizzazione dei movimenti volontari. Il bambino sa cosa vuole fare, i suoi muscoli funzionano, ma fa fatica a organizzare la sequenza dei gesti e a renderla automatica. Ogni volta è un po' come se dovesse ricominciare da capo.
Per questo i bambini con disprassia sono spesso lenti, si stancano presto nelle attività motorie, e anche quando hanno imparato un gesto lo eseguono con fatica e in modo poco fluido. Una cosa che li distingue da un bambino che semplicemente "non si è ancora esercitato" è proprio questa: con la pratica migliorano, ma molto più lentamente, e la difficoltà tende a ripresentarsi davanti a ogni gesto nuovo.
Le due grandi forme
La disprassia può riguardare diverse parti del corpo e diversi tipi di azione. Per semplicità, in questa serie la dividiamo in due grandi forme.
La disprassia motoria riguarda i movimenti del corpo e delle mani: correre, saltare, stare in equilibrio, vestirsi, usare le posate, costruire, disegnare, scrivere. Ne parlo in Le tante facce della disprassia motoria.
La disprassia verbale riguarda i movimenti della bocca necessari per parlare: il bambino sa cosa vuole dire, ma fa fatica a programmare la sequenza di movimenti di labbra, lingua e mandibola per pronunciare le parole. Ne parlo in Disprassia verbale: quando la parola fatica a uscire.
Le due forme possono presentarsi da sole o insieme nello stesso bambino.
Disprassia o DCD? Una questione di nomi
Se cerchi informazioni, troverai anche la sigla DCD, che sta per disturbo dello sviluppo della coordinazione. È il termine usato oggi nei manuali diagnostici internazionali e nelle linee guida per le difficoltà della coordinazione motoria. In Italia, però, la parola disprassia è ancora molto usata, sia dai professionisti sia dalle famiglie.
I due termini non coincidono del tutto. Semplificando, il DCD mette l'accento sulla coordinazione motoria in generale, mentre disprassia mette l'accento sulla difficoltà di programmare i gesti intenzionali. Nella pratica spesso vengono usati per descrivere situazioni molto simili. Se nel referto di tuo figlio trovi l'una o l'altra parola, chiedi a chi l'ha scritto di spiegarti cosa intende con precisione.
La disprassia verbale, invece, ha un nome e una storia a parte, ed è considerata un disturbo dei suoni del linguaggio di origine motoria.
Quanto è frequente
Le difficoltà di coordinazione motoria riguardano circa 5-6 bambini su 100 in età scolare, anche se non tutti ricevono una diagnosi. La disprassia verbale è molto più rara nella popolazione generale, ma è più frequente in alcune condizioni del neurosviluppo, come vedremo nell'articolo Disprassia e autismo.
Cosa non è
Voglio essere chiaro su alcuni punti, perché i genitori di bambini con disprassia si sentono dire spesso cose ingiuste.
Non è pigrizia. Un bambino con disprassia di solito si impegna molto più degli altri per ottenere lo stesso risultato. Se a volte rinuncia, è perché è stanco di fallire, non perché non gli importa.
Non è mancanza di intelligenza. Nella maggior parte dei casi la disprassia si presenta in bambini con capacità cognitive nella norma. È proprio questo che la rende frustrante: il bambino capisce benissimo cosa dovrebbe fare, e si rende conto di non riuscirci.
Non è colpa dei genitori. Non dipende da come lo hai cresciuto, da quanto lo hai stimolato o da quanto lo hai protetto.
Come si arriva a riconoscerla
La disprassia non si riconosce guardando un singolo comportamento. Molti bambini sono un po' goffi o parlano in modo impreciso per un periodo, e poi recuperano. Per questo il riconoscimento spetta a professionisti che valutano il bambino nel suo insieme.
Di solito sono coinvolti il neuropsichiatra infantile, che coordina la valutazione ed esclude altre cause, per esempio neurologiche; il neuropsicomotricista, che valuta il movimento, la coordinazione, l'organizzazione del corpo nello spazio; il logopedista, se ci sono difficoltà nel linguaggio; a volte il terapista occupazionale, per le attività della vita quotidiana. Se vuoi un'idea generale di queste figure, ne ho parlato in Chi fa cosa.
La valutazione usa osservazioni, colloqui con la famiglia e prove standardizzate, pensate per confrontare le abilità del bambino con quelle dei coetanei. Tra le più usate in Italia per la parte motoria ci sono la Movement ABC-2 e l'APCM-2, un protocollo italiano per la valutazione delle abilità prassiche.
Un aspetto che sorprende molti genitori riguarda i tempi. Per le difficoltà di coordinazione motoria, le linee guida internazionali suggeriscono in genere di non formalizzare una diagnosi prima dei 5 anni, salvo nei casi più marcati, perché nei bambini piccoli lo sviluppo motorio è molto variabile. Questo non significa aspettare senza fare nulla: se le difficoltà sono evidenti, si può iniziare a lavorare anche prima della diagnosi formale.
Gli altri articoli della serie
- Perché la disprassia conta: autonomie, scuola e autostima
- Le tante facce della disprassia motoria
- Disprassia motoria: come lavorano i professionisti
- Disprassia verbale: quando la parola fatica a uscire
- Disprassia verbale: come lavorano i professionisti
- Disprassia e autismo: comunicazione e apprendimento
Questo articolo è stato scritto a scopo informativo e non sostituisce il parere di un professionista. Se hai dubbi sullo sviluppo di tuo figlio, rivolgiti al pediatra o al servizio di Neuropsichiatria Infantile della tua ASL.