Quando un bambino autistico non parla, o parla pochissimo, la spiegazione sembra ovvia: è l'autismo. Spesso è così. Ma "non parla" non ha sempre la stessa origine, e tra le cose che i professionisti possono considerare c'è anche il movimento: la capacità di programmare i gesti del corpo e della bocca. È un aspetto di cui si parla poco, e che vale la pena conoscere.
Questo articolo chiude la serie sulla disprassia e la collega all'autismo. Se non hai letto gli altri articoli, ti consiglio di partire da Cos'è la disprassia e da Disprassia verbale: quando la parola fatica a uscire.
Un'avvertenza importante Questo articolo serve a capire un aspetto che spesso viene trascurato, non a fare ipotesi diagnostiche su tuo figlio. Capire se in un bambino autistico c'è anche una componente disprassica richiede una valutazione specialistica. Se leggendo ti sono venuti dei dubbi, portali a chi segue tuo figlio.
Le difficoltà motorie nell'autismo sono frequentissime
Quando si parla di autismo si pensa soprattutto alla comunicazione sociale e ai comportamenti ripetitivi. Molto meno si parla del movimento. Eppure le difficoltà motorie sono tra le caratteristiche più comuni nei bambini autistici.
In un grande studio americano su quasi 12.000 bambini e ragazzi autistici tra i 5 e i 15 anni, circa 9 su 10 presentavano probabili difficoltà motorie. Ma solo 3 su 10 ricevevano una terapia specifica per il movimento. Il motivo è semplice: spesso queste difficoltà non vengono cercate, perché l'attenzione è tutta sulla comunicazione e sul comportamento.
Coordinazione, equilibrio, motricità fine, imitazione dei gesti: sono tutte aree in cui molti bambini autistici fanno più fatica. E queste difficoltà non restano isolate, perché influenzano il gioco, le autonomie, la partecipazione alle attività con i coetanei e anche l'apprendimento.
Il linguaggio: perché un bambino autistico non parla?
Qui arriviamo al punto più delicato. Un bambino autistico può non parlare, o parlare pochissimo, per ragioni diverse.
Per alcuni bambini la difficoltà principale riguarda la comunicazione in sé: il bambino non ha ancora scoperto a cosa serve comunicare con gli altri, o lo fa soprattutto in altri modi. Il lavoro, in questi casi, parte proprio dal costruire l'intenzione comunicativa, il piacere dello scambio, la motivazione a chiedere e condividere.
In altri bambini, accanto alle difficoltà di comunicazione legate all'autismo, può esserci anche una difficoltà di programmazione dei movimenti del linguaggio, cioè una componente di disprassia verbale. In questi casi, anche quando la motivazione a comunicare cresce, produrre le parole resta particolarmente faticoso.
Le due cose possono essere presenti insieme, nello stesso bambino, in misura diversa. Distinguerle non è semplice, nemmeno per un occhio esperto, e non si può fare osservando il bambino a casa: da fuori, un vocalizzo o un tentativo possono avere significati molto diversi. È un lavoro che richiede una valutazione specifica e il confronto tra più professionisti.
Cosa dice la ricerca
Gli studi più recenti sui bambini autistici che parlano poco o niente hanno trovato che molti di loro presentano segni di difficoltà nel controllo motorio del linguaggio: errori nelle vocali, distorsioni dei suoni, difficoltà nella nasalità della voce. In una parte di questi bambini, in uno studio circa uno su quattro, i segni erano compatibili con una disprassia verbale. È un gruppo molto eterogeneo, e non tutti i bambini autistici che non parlano hanno una disprassia. Ma la ricerca suggerisce che, in quelli che parlano pochissimo, le difficoltà motorie del linguaggio possono essere uno dei fattori che frenano lo sviluppo della parola.
È un campo di ricerca ancora giovane, ma il messaggio è chiaro: in un bambino autistico che non parla, vale la pena chiedersi anche se c'è una componente motoria, e non attribuire tutto all'autismo.
Perché fa la differenza nel percorso
Capire se c'è una componente disprassica cambia il modo di lavorare sulla comunicazione.
Nella richiesta vocale. In molti interventi si lavora sull'insegnare al bambino a chiedere ciò che desidera, partendo dalla motivazione del momento, e si incoraggia la produzione vocale offrendo un modello da imitare. Ne ho parlato in Rinforzo e richiesta. Se il bambino ha una disprassia verbale, però, chiedergli di ripetere una parola che non riesce a programmare può diventare frustrante per lui e poco efficace. In questi casi il professionista può scegliere obiettivi vocali più accessibili, accettare e rinforzare le approssimazioni, e integrare il lavoro con quello del logopedista.
Nella scelta dei canali di comunicazione. Per un bambino con difficoltà motorie del linguaggio, la comunicazione aumentativa e alternativa può essere uno strumento prezioso, perché gli permette di comunicare subito senza dover aspettare la parola. Ma anche qui il profilo motorio conta: se c'è una disprassia che riguarda le mani, alcuni gesti o segni possono essere difficili da eseguire, e un sistema basato sulle immagini o su un comunicatore può essere più accessibile. Ne ho parlato in Quattro strumenti che potresti incontrare nel percorso di tuo figlio.
Nell'imitazione. Imitare gesti e movimenti è uno dei canali più importanti con cui i bambini imparano. Un bambino con difficoltà prassiche può fare fatica a imitare non perché non sia interessato o non abbia capito, ma perché non riesce a tradurre in movimento quello che ha visto. Tenerne conto aiuta a scegliere gli aiuti giusti e a non interpretare come disinteresse quello che in realtà è fatica. Ne ho parlato in L'arte dell'aiuto gentile.
Nelle autonomie e nel gioco. Anche vestirsi, usare le posate, giocare con le costruzioni possono essere resi più difficili da una componente disprassica. Riconoscerla aiuta a costruire obiettivi realistici e a scegliere le strategie più adatte.
Il valore del lavoro di squadra
Tutto questo richiede che i professionisti lavorino insieme. Chi si occupa della comunicazione e del comportamento, il logopedista e il neuropsicomotricista dovrebbero confrontarsi sul profilo del bambino, così che gli obiettivi di ognuno tengano conto di quello che emerge dagli altri. Un bambino che in terapia comportamentale fatica a produrre una parola, e in logopedia lavora proprio sui movimenti di quella parola, ha bisogno che i due percorsi si parlino.
Una domanda da fare
Se tuo figlio è autistico e parla poco o niente, puoi chiedere a chi lo segue se nel suo percorso è stato considerato anche il profilo motorio, compresi i movimenti del linguaggio, e se ha senso una valutazione logopedica specifica. Non per cercare una spiegazione diversa dall'autismo, né per aggiungere un'altra etichetta, ma perché conoscere tutti i pezzi del suo profilo aiuta a scegliere gli obiettivi e gli strumenti più adatti a lui.
Gli altri articoli della serie
- Cos'è la disprassia
- Perché la disprassia conta: autonomie, scuola e autostima
- Le tante facce della disprassia motoria
- Disprassia motoria: come lavorano i professionisti
- Disprassia verbale: quando la parola fatica a uscire
- Disprassia verbale: come lavorano i professionisti
Questo articolo è stato scritto a scopo informativo e non sostituisce il parere di un professionista. Le informazioni sulla ricerca sono semplificate a scopo divulgativo.