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A tavola: perché il momento del pasto può essere così faticoso

Il pasto non è solo il piatto. Appetito, postura, stimoli sensoriali, pressione e schermi: tutti i fattori che possono rendere il mangiare più difficile.

Il pranzo inizia già in salita. Lui non vuole sedersi, oppure si siede ma si alza dopo due minuti. Guarda il piatto e lo spinge via. Tu provi a convincerlo, poi ti arrabbi, poi cedi. E alla fine siete tutti stanchi, e il piatto è ancora pieno.

Quando pensiamo alla selettività guardiamo soprattutto al piatto: cosa mangia, cosa rifiuta. Ma il pasto è fatto anche di tutto quello che c'è intorno al piatto. In questo articolo ti racconto quali aspetti del momento del pasto possono rendere il mangiare più difficile, e cosa guarda un professionista quando lo osserva. Fa parte di una serie: se non l'hai ancora fatto, parti da Mio figlio mangia solo tre cose.

Un'avvertenza importante Questo articolo serve a capire meglio cosa succede a tavola, non a dare indicazioni su cosa cambiare. La selettività alimentare è un terreno delicato: modifiche improvvisate, anche fatte con le migliori intenzioni, rischiano di irrigidire il bambino e di ridurre ancora di più i cibi che accetta. Ogni cambiamento va valutato e costruito insieme a chi segue tuo figlio.

L'appetito

Sembra ovvio, ma non lo è: per mangiare bisogna avere un po' di fame. Molti bambini arrivano a tavola già sazi, senza che nessuno se ne accorga. Magari durante la giornata hanno piluccato spesso qualcosa, o hanno bevuto molto latte o succo, che saziano più di quanto si pensi.

È una delle prime cose che un professionista guarda: come sono distribuiti durante la giornata pasti, spuntini e bevande. A volte, già da qui, emergono informazioni importanti. Allo stesso tempo, in un bambino che mangia pochissimo o che ha problemi di crescita, questo è un aspetto molto delicato, che va valutato con il pediatra o il nutrizionista.

La prevedibilità

Nell'articolo Solo quella marca, solo quella consistenza ho spiegato quanto il bisogno di prevedibilità influenzi il rapporto con il cibo. Lo stesso vale per il pasto nel suo insieme.

Per molti bambini autistici il pasto è faticoso anche perché è pieno di incognite: cosa ci sarà nel piatto? Quanto dovrò restare seduto? Cosa succede dopo? Il posto, la sedia, le stoviglie, la durata, il modo in cui il pasto inizia e finisce: sono tutti elementi che possono rendere quel momento più o meno sostenibile. Non è un caso che molti bambini tengano tantissimo al proprio piatto o al proprio bicchiere.

La durata

Alcuni pasti durano pochissimo, perché il bambino si alza quasi subito. Altri durano un'eternità, tra tentativi, trattative e bocconi trattenuti in bocca. Entrambe le situazioni danno informazioni. Un pasto molto lungo, per esempio, può essere segno di una difficoltà nella masticazione, o di una dinamica di insistenza e rifiuto che si è consolidata nel tempo.

Come sta seduto

La postura è un aspetto spesso trascurato. Un bambino che sta seduto male, con i piedi che penzolano, la sedia troppo bassa o il tavolo troppo alto, deve impegnarsi solo per restare stabile, e ha meno energie per mangiare. Alcuni bambini, poi, hanno un tono muscolare più basso e fanno più fatica a mantenere la posizione. Il neuropsicomotricista o il terapista occupazionale sono le figure che possono valutarlo.

L'ambiente sensoriale

A tavola arrivano tantissimi stimoli insieme: odori di cucina, rumori di posate, voci che si sovrappongono, la TV accesa, la luce. Per un bambino molto sensibile, tutto questo può essere troppo, prima ancora di guardare il piatto. Alcuni bambini mangiano meglio in un ambiente tranquillo, altri faticano con certi odori, altri non tollerano che i cibi si tocchino tra loro.

Capire quali stimoli pesano di più per tuo figlio è parte del lavoro di chi lo segue. Se vuoi approfondire come funziona il profilo sensoriale, ne ho parlato in Il profilo sensoriale spiegato ai genitori.

Gli schermi a tavola

È uno degli argomenti su cui i genitori si sentono più giudicati. Molte famiglie usano il tablet o la TV durante i pasti perché è l'unico modo per far stare seduto il bambino, o per farlo mangiare. Capisco benissimo perché succede, e non è il caso di sentirsi in colpa.

Vale la pena sapere, però, che lo schermo può diventare con il tempo una condizione senza la quale il bambino non riesce più a mangiare, e che distoglie l'attenzione dal cibo e dalle persone. È un aspetto che un professionista considera sempre, e che non andrebbe cambiato di colpo, ma solo all'interno di un piano condiviso.

La pressione, anche quella gentile

Quando un figlio mangia poco, è naturalissimo incoraggiarlo. "Dai, solo un boccone." "Guarda com'è buono." "Se mangi questo, poi c'è il dolce." Sono frasi dette con amore, ma per un bambino selettivo possono diventare un carico in più, perché ogni pasto si trasforma in una richiesta.

La ricerca e l'esperienza clinica mostrano che la pressione, anche quella gentile, tende ad aumentare il rifiuto invece di ridurlo. Allo stesso modo, anche usare il cibo come premio o come punizione può cambiare il valore che il bambino dà ai diversi cibi, rendendo ancora più desiderabile quello "premio" e ancora più faticoso quello "da mangiare". Nell'articolo Mio figlio mangia solo tre cose ho già parlato di cosa tende a non funzionare.

Il circolo che si crea

Spesso, a tavola, si crea un circolo che nessuno ha scelto. Il bambino rifiuta, il genitore insiste, il bambino si agita, il genitore cede e toglie il cibo sgradito. Il bambino impara, senza rendersene conto, che rifiutare funziona. E il genitore, stanco, inizia a proporre sempre meno cibi nuovi. La lista si accorcia, e il pasto diventa sempre più teso.

Non è colpa di nessuno. È un meccanismo molto comune, che si instaura quasi da solo. Riconoscerlo è importante, perché è uno degli aspetti su cui i professionisti lavorano di più, insieme alla famiglia.

Perché è utile saperlo

Conoscere questi aspetti non serve a trasformarti in un terapista, né a cambiare tutto da domani. Serve a guardare il pasto con occhi un po' diversi, e a raccontare a chi segue tuo figlio cose che altrimenti potrebbero sfuggire: come sono distribuiti i pasti durante la giornata, quanto durano, dove si mangia, cosa succede quando rifiuta.

Queste informazioni sono il punto di partenza di qualsiasi intervento. Ne parlo in Selettività alimentare: cosa valutare prima e chi coinvolgere e in Selettività alimentare: come lavorano i professionisti.

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Questo articolo è stato scritto a scopo informativo e non sostituisce il parere di un professionista. Ogni modifica alle abitudini alimentari va concordata con chi segue tuo figlio, soprattutto se ci sono problemi di crescita o di salute.

📖 Fonti e Riferimenti

  • Lukens, C.T. & Silverman, A.H. (2014). Systematic Review of Psychological Interventions for Pediatric Feeding Problems. Journal of Pediatric Psychology, 39(8)
  • Johnson, C.R. et al. (2014). Feeding Assessment Clinical Trial — Autism. A Randomized Controlled Trial. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45(7)