🧩Gioco e Comunicazione7 min di lettura

Non è solo un gioco: perché i bambini imparano giocando

Il gioco non è la pausa dall'apprendimento, è il modo principale in cui un bambino impara. Cosa dice la ricerca, perché i bambini imparano guardando gli altri e cosa cambia quando c'è l'autismo.

«Tanto è solo un gioco»

Quante volte l'abbiamo detto, o sentito dire? Il gioco sembra il momento libero, quello che viene dopo le cose importanti: dopo la logopedia, dopo i compiti, dopo la terapia.

In realtà, per un bambino piccolo, è vero il contrario. Il gioco non è la pausa dall'apprendimento: è il modo principale in cui impara. Impara a muoversi, a risolvere problemi, a capire come funzionano gli oggetti, a stare con gli altri, a comunicare.

In questo articolo vediamo perché il gioco conta così tanto, perché i bambini imparano moltissimo semplicemente guardando gli altri giocare, e cosa può cambiare quando un bambino è nello spettro autistico.

Giocare è il lavoro dei bambini

Non è solo un modo di dire. Nel 2018 l'American Academy of Pediatrics, la principale società scientifica dei pediatri statunitensi, ha pubblicato un documento intitolato proprio Il potere del gioco (Yogman et al., Pediatrics 2018). La conclusione è netta: il gioco non è un'attività frivola. Aiuta i bambini a gestire lo stress, rafforza il legame con i genitori e allena le funzioni esecutive, cioè le abilità che servono per pianificare, aspettare, cambiare strategia. I pediatri arrivano a suggerire ai colleghi di "prescrivere" il gioco durante le visite di controllo, come si farebbe con una vitamina.

Anche l'UNICEF va nella stessa direzione: il gioco di finzione, quello in cui il bambino fa finta di cucinare o di far dormire il pupazzo, è collegato allo sviluppo della capacità di regolare pensieri ed emozioni (UNICEF, Learning through play).

In pratica, mentre gioca un bambino sta facendo tante cose insieme:

  • scopre come funzionano le cose: se spingo la macchinina va avanti, se la lascio sul piano inclinato scende da sola;
  • prova e sbaglia senza paura: la torre crolla, si ricomincia;
  • impara parole nuove, perché il gioco è pieno di occasioni per nominare oggetti e azioni;
  • impara a stare con gli altri: aspettare il turno, condividere, guardare cosa fa l'altro.

E c'è un ingrediente che spesso diamo per scontato: il gioco è motivante. Un bambino che si diverte è un bambino attento, e l'attenzione è la porta d'ingresso di ogni apprendimento.

Imparare guardando: noi siamo il primo gioco

C'è un modo di imparare che non richiede spiegazioni né premi: guardare qualcun altro e poi rifarlo. Gli psicologi lo chiamano apprendimento per osservazione, o apprendimento vicario.

Lo ha studiato per primo Albert Bandura negli anni Sessanta. Nei suoi esperimenti i bambini osservavano un adulto giocare con un grosso pupazzo e poi, lasciati soli, riproducevano gli stessi gesti, senza che nessuno li avesse incoraggiati o premiati (Bandura, Ross e Ross, 1961). Il messaggio per noi genitori è semplice e un po' vertiginoso: i bambini imparano anche quello che non stiamo cercando di insegnare.

Questa capacità compare prestissimo. Le ricerche di Andrew Meltzoff hanno mostrato che già a 9 mesi un bambino può rifare un'azione vista il giorno prima, e verso i 14 mesi la ricorda anche dopo una settimana. E non imparano solo dagli adulti: i bambini piccoli copiano con la stessa facilità quello che vedono fare ai coetanei, al nido come a casa (Hanna e Meltzoff, 1993).

Pensiamo a cosa succede quando un adulto si siede sul tappeto e fa finta di versare il tè in una tazzina, o quando il fratello maggiore costruisce una pista per le macchinine. Il bambino guarda, si incuriosisce, prova. Ogni volta che giochiamo davanti a lui gli stiamo mostrando un modello: cosa si può fare con quell'oggetto, come si inizia, come si va avanti.

Per questo giocare con il bambino, e non solo lasciarlo giocare, fa una grande differenza.

Quando guardare non basta

Tutto questo vale per la maggior parte dei bambini. Ma per molti bambini nello spettro autistico la strada è diversa, ed è importante saperlo per non sentirsi in colpa o confusi.

Per imparare guardando servono alcune abilità di base: prestare attenzione a cosa fa l'altro e imitarlo. Sono proprio queste che, nei bambini con autismo, spesso non si sviluppano in modo spontaneo. La ricerca lo conferma: molti di loro non imparano facilmente osservando gli altri, e mostrano difficoltà proprio nell'attenzione e nell'imitazione (Taylor, DeQuinzio e Stine, 2012).

Cosa significa in pratica? Che a volte il consiglio "portalo al parco, così guarda gli altri bambini e impara" da solo non basta. Il bambino può essere lì, vicino agli altri, ma non "agganciare" quello che stanno facendo.

La buona notizia è che queste abilità si possono insegnare, e il gioco è il contesto ideale per farlo:

  • con il Reciprocal Imitation Training, un intervento basato sul gioco, i bambini con autismo hanno migliorato l'imitazione, e questi progressi si sono accompagnati a miglioramenti in linguaggio, gioco e attenzione condivisa (Ingersoll);
  • diversi studi mostrano che il gioco simbolico, quello del "facciamo finta", nei bambini con autismo raramente compare da solo, ma emerge quando viene sollecitato o guidato. La capacità spesso c'è, va aiutata a venire fuori (Jarrold et al., 1993);
  • negli studi di Connie Kasari, i bambini che hanno ricevuto un intervento mirato sul gioco hanno migliorato il gioco; quelli che non lo hanno ricevuto no, anche se frequentavano altri programmi (Kasari et al., 2006).

Il filo comune è questo: nei bambini con autismo il gioco non arriva da sé, va costruito. Non perché manchi la voglia o la capacità, ma perché i mattoncini che rendono il gioco possibile hanno bisogno di essere insegnati uno per uno.

«Ma lui gioca, con le macchinine!»

È una frase che sento spesso dai genitori, ed è comprensibile: il bambino passa molto tempo con le macchinine, sembra concentrato, sembra contento.

Vale però la pena osservare come le usa. Farle correre su una pista, parcheggiarle nel garage, farle scontrare e "ripararle" è gioco: l'oggetto viene usato per quello che rappresenta. Far girare le ruote per molti minuti guardandole da vicino, metterle sempre in fila nello stesso ordine, rigirarle tra le mani senza mai farle andare da nessuna parte è un'altra cosa: il bambino sta con l'oggetto, ma non lo sta usando per giocare.

Non c'è niente di "sbagliato" in quello che fa, e spesso quei momenti hanno una funzione importante per lui. Ma è utile saperli distinguere, perché è proprio da lì che può partire il lavoro per costruire un gioco più ricco. Ne parliamo in modo approfondito nei due articoli che trovi qui sotto.

Cosa possiamo fare noi genitori

Il ruolo del genitore nel gioco è prezioso, e non serve diventare terapisti. Alcune attenzioni semplici, valide per tutti i bambini:

  • Dire sì al gioco. I pediatri dell'AAP lo dicono in modo diretto: la prossima volta che vostro figlio vi chiede di giocare, accettate.
  • Giocare accanto a lui, al suo livello. Sedersi sul tappeto, a portata di sguardo, rende più facile che noti quello che facciamo.
  • Essere un modello, senza pretendere. Mostrare un'azione semplice con il gioco ("guarda, la macchinina va nel garage!") e lasciargli lo spazio per provare.
  • Dare spazio ai coetanei e ai fratelli, che sono modelli potentissimi.

Se il vostro bambino è nello spettro autistico, o se avete il dubbio che il suo modo di giocare sia diverso da quello dei coetanei, queste attenzioni restano utili, ma da sole potrebbero non bastare. Imitazione, attenzione condivisa e gioco funzionale sono obiettivi su cui i professionisti che seguono il bambino possono lavorare in modo mirato, spesso proprio coinvolgendo i genitori e il gioco di tutti i giorni. Parlatene con chi segue vostro figlio: sapranno indicarvi da dove partire e quali passi hanno senso per lui.

Non è solo un gioco

Quando un bambino gioca sta imparando, e quando lo guardiamo giocare stiamo guardando il suo sviluppo in azione. Per questo vale la pena dare al gioco il tempo e l'attenzione che merita, e chiedere aiuto quando qualcosa non ci convince: osservare come gioca nostro figlio è uno dei modi più semplici per conoscerlo davvero.

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