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Giochi sensoriali e autismo: quando sono il canale principale

Quando il gioco sensoriale è l'unico aggancio, non è un limite: è una porta. Come usarlo per costruire relazione, motivazione e calma.

«Gli piace solo questo»

Sabbia cinetica che scorre tra le dita. Una bottiglia piena di brillantini da girare e rigirare. Un tubo di luci che cambia colore. Ci sono bambini, e anche ragazzi, per cui questi oggetti non sono uno dei tanti giochi: sono l'unico modo in cui riescono a stare con noi.

Succede soprattutto nei bambini con autismo che hanno bisogno di un supporto molto elevato, spesso con una disabilità intellettiva associata. Nella pratica clinica capita di incontrare ragazzi di 10 o 11 anni per cui l'esplorazione sensoriale è ancora l'aggancio principale, a volte l'unico.

Per un genitore questo può essere doloroso. Ci si chiede se sia giusto, se lo si stia "tenendo piccolo", se bisognerebbe togliergli quei giochi per spingerlo verso altro. In questo articolo proviamo a guardare la cosa da un'altra prospettiva: il gioco sensoriale, in questi casi, non è un limite da eliminare. È una porta. E può diventare un canale di relazione, un premio e un modo per ritrovare la calma, se usato con consapevolezza.

Il gioco ha delle tappe, e ognuno si trova a una tappa

Il gioco dei bambini cambia nel tempo seguendo una sequenza abbastanza regolare, descritta da decenni di ricerca sullo sviluppo:

  1. gioco sensomotorio o esplorativo: il bambino mette in bocca, batte, scuote, guarda da vicino. Sta scoprendo come sono fatti gli oggetti e cosa succede quando li tocca;
  2. gioco relazionale: mette gli oggetti in relazione tra loro, infila, impila, mette dentro e fuori;
  3. gioco funzionale: usa gli oggetti per quello a cui servono, il cucchiaio per mescolare, la macchinina per andare;
  4. gioco simbolico: fa finta, usa un oggetto al posto di un altro, inventa una storia.

Questo percorso è universale, e c'è un punto che per i genitori è importantissimo: il livello di gioco va di pari passo con l'età di sviluppo del bambino, molto più che con la sua età anagrafica. Lo si osserva sia nei bambini con sviluppo tipico sia in quelli con un percorso atipico (Bentenuto, De Falco e Venuti, 2016). In uno studio su bambini in età prescolare con autismo o altri ritardi dello sviluppo e meno di 20 parole, il livello di gioco era legato soprattutto al livello cognitivo e linguistico (Thiemann-Bourque et al., 2012).

C'è poi una caratteristica specifica dell'autismo: molti bambini nello spettro dedicano più tempo all'esplorazione sensoriale, come guardare o toccare a lungo un oggetto, rispetto ai bambini con sviluppo tipico o con altri ritardi (Object play in infants with ASD, 2017).

Mettiamo insieme i due pezzi. Un ragazzo di 11 anni con autismo e una disabilità intellettiva importante può avere un'età di sviluppo di molto inferiore alla sua età anagrafica, e in più una naturale preferenza per le esperienze sensoriali. Se resta sul gioco esplorativo non sta regredendo e non è "capriccioso": sta giocando esattamente al livello in cui si trova. Partire da lì non significa arrendersi. Significa partire dal punto giusto.

Un canale per stare insieme

Quando un bambino ha pochi interessi, quelli che ha diventano preziosi. Se l'unica cosa che lo fa avvicinare è il getto d'acqua, la bolla di sapone o la luce che cambia colore, è lì che possiamo entrare.

In pratica significa smettere di essere "quello che porta via il gioco" e diventare quello che lo rende più bello. Siamo noi che soffiamo le bolle, che accendiamo la luce, che facciamo scendere la sabbia dall'alto. Il bambino comincia ad associare la nostra presenza a qualcosa di piacevole e a cercarci.

In ambito clinico questo processo ha un nome, pairing: l'adulto si "accoppia" a ciò che il bambino ama, finché la relazione stessa diventa piacevole. Ne abbiamo parlato nell'articolo dedicato al pairing. Con i bambini che hanno bisogni di supporto molto elevati, spesso il sensoriale è la via più diretta per costruirlo.

E dentro questi momenti possono nascere le prime forme di comunicazione: guardarci per chiedere ancora, allungare la mano, aspettare un attimo prima che la bolla arrivi. Piccoli passi che, per un bambino che fatica ad agganciarsi, sono enormi.

Un premio che funziona davvero

Per molti bambini un'esperienza sensoriale piacevole è una motivazione potentissima, a volte più del cibo o della lode. Non è un'impressione: già negli anni Ottanta uno studio con bambini con autismo mostrava che, usando stimoli sensoriali come premio, i bambini rispondevano correttamente più spesso che con premi alimentari (Rincover e Newsom, 1985).

Per questo, nei programmi di intervento, il sensoriale viene spesso usato come rinforzatore: dopo un piccolo compito arriva un minuto con la bottiglia luminosa, o il bambino accumula gettoni che poi "spende" in un momento con il suo gioco preferito. Per un ragazzo che si aggancia solo a quello, è spesso il modo per rendere possibile l'apprendimento.

C'è però un confine da conoscere. Molti movimenti ripetitivi, come sfarfallare le mani davanti agli occhi o far girare un oggetto all'infinito, si mantengono proprio perché producono una sensazione piacevole. La ricerca lo ha mostrato da tempo: quando quella sensazione viene meno, il comportamento ripetitivo diminuisce, e la stessa sensazione può essere usata per costruire un gioco più adeguato con i materiali (Rincover et al., 1979).

Cosa significa per un genitore? Che lo stesso stimolo può aiutare il bambino a imparare oppure tenerlo chiuso in un circuito che lo isola. La differenza sta nel come lo si usa: quando, per quanto tempo, dentro quale relazione. Sono scelte che vanno fatte insieme ai professionisti che seguono il bambino, perché richiedono di capire che funzione ha quel comportamento per lui.

Un modo per ritrovare la calma

Molti genitori lo osservano ogni giorno: dopo una giornata faticosa, rumorosa, piena di richieste, il bambino cerca il suo oggetto sensoriale e lentamente si calma. In questi casi il gioco sensoriale diventa anche un modo per autoregolarsi, per abbassare la tensione e tornare a uno stato in cui si sta bene.

Avere a disposizione un angolo tranquillo, con pochi oggetti che il bambino conosce e che lo rilassano, può essere una risorsa preziosa. Meglio ancora se insegnato come momento prevedibile della giornata, e non solo come rimedio quando la crisi è già arrivata.

Qui però serve onestà. Usare il gioco sensoriale per aiutare un bambino a calmarsi è una cosa; pensare che una serie di attività sensoriali possa "curare" o "riorganizzare" il suo sistema sensoriale è un'altra. Il principale lavoro di revisione sugli interventi per l'autismo, il rapporto NCAEP del 2020, riconosce come pratica supportata dalle prove solo l'Integrazione Sensoriale di Ayres, un intervento specifico condotto in ambulatorio da terapisti con una formazione dedicata. Per le cosiddette diete sensoriali e per gli altri interventi a base sensoriale, le prove trovate non sono sufficienti (NCAEP, 2020).

Quindi il gioco sensoriale a casa ha valore, ed è tanto: piacere, relazione, motivazione, calma. Ma non è una terapia, e diffidate di chi lo propone come tale.

Cosa possiamo fare noi genitori

Alcune attenzioni che aiutano a trasformare il gioco sensoriale da momento solitario a occasione di crescita:

  • Osservare prima di proporre. Quali sensazioni cerca vostro figlio? Luce, movimento, suoni, consistenze, pressione? E quali invece evita? Il profilo sensoriale, valutato da un professionista, aiuta a capirlo meglio.
  • Entrare nel gioco, non sostituirlo. Invece di togliere l'oggetto preferito, provate a diventarne parte: siete voi che lo attivate, che lo passate, che fate durare l'attesa un secondo in più.
  • Aggiungere piccole variazioni. La stessa sabbia può essere versata in un barattolo, la stessa luce può accendersi quando si preme un pulsante. Così, partendo da quello che piace, si apre la strada al gioco relazionale e funzionale.
  • Concordare con i professionisti l'uso come premio o come calma. Sapere quando proporlo, per quanto tempo e con quale obiettivo fa la differenza tra uno strumento educativo e un'abitudine che isola.

Non serve fare tutto subito. Serve partire da dove si trova il bambino, con la curiosità di vedere dove si può arrivare insieme.

Una porta, non un limite

Quando l'unico aggancio di un bambino è il gioco sensoriale, è facile viverlo come una sconfitta. Ma quel gioco ci dice molto: a che punto è il suo sviluppo, cosa lo motiva, cosa lo calma. Sono informazioni preziose per chi lo segue e per chi gli vuole bene. Usate con consapevolezza, possono diventare il primo mattone di una relazione e di nuovi apprendimenti.

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