Scegliere È un'Abilità, Non una Cosa Scontata
"Vuoi le costruzioni o il puzzle?" Lui ti guarda. Non risponde, non indica, non prende niente. Aspetta. Alla fine scegli tu, e lui sembra contento lo stesso.
Molti genitori descrivono così i propri figli: "va bene con tutto", "si adatta", "non ha preferenze particolari". A volte è davvero così. Ma spesso dietro c'è qualcos'altro: il bambino ha dei gusti, solo che non ha ancora imparato a riconoscerli e a farli sapere agli altri.
Per noi adulti scegliere sembra naturale. In realtà mette insieme parecchie cose: accorgersi delle opzioni disponibili, confrontarle, sapere cosa ci piace di più, e poi comunicarlo in un modo che l'altro capisca.
Per molti bambini autistici, soprattutto quelli che parlano poco o non parlano, ognuno di questi passaggi può essere difficile. Alcuni non hanno un modo efficace per indicare la loro scelta. Altri hanno imparato, nel tempo, che è l'adulto a decidere, e aspettano un suo cenno prima di muoversi. Altri ancora si trovano davanti a troppe opzioni insieme e si bloccano.
Il risultato, visto da fuori, è un bambino che "non sceglie". Ma la buona notizia è che scegliere si può imparare, come tante altre abilità.
E vale la pena impararlo. Poter dire cosa ci piace e cosa no è una parte importante della qualità della vita: significa avere un po' di controllo su quello che ci succede, essere ascoltati, partecipare alle decisioni che ci riguardano. Questo vale a 3 anni come a 30.
Come i Professionisti Scoprono Cosa Piace al Bambino
I professionisti che seguono il bambino dedicano molta attenzione alle preferenze. Di solito si parte dall'osservazione: cosa fa il bambino quando è libero di muoversi in una stanza con giochi e oggetti diversi? Verso cosa va? Su cosa si ferma più a lungo? Cosa lascia subito?
A volte all'osservazione si affianca una valutazione più strutturata. Negli anni Novanta alcuni ricercatori hanno messo a punto un metodo semplice che oggi è usato in molti contesti: al bambino vengono presentati diversi oggetti insieme e gli si chiede di prenderne uno. L'oggetto scelto viene messo da parte, e si ripropongono i restanti. Ripetendo la proposta più volte, emerge una sorta di "classifica" delle sue preferenze, partendo da ciò che sceglie per primo fino a ciò che lascia per ultimo.
Queste informazioni servono anzitutto a capire cosa motiva il bambino, e ne parliamo in Il pairing e la motivazione. Ma possono servire anche a qualcosa di più: insegnare al bambino stesso a esprimere le proprie scelte.
Un Esempio dal Convegno
Un caso presentato a un convegno nazionale sulla qualità della vita delle persone con disabilità racconta proprio questo.
Una bambina di 11 anni, con una diagnosi di autismo e poche iniziative comunicative spontanee, faceva molta fatica a scegliere. Anche davanti a poche opzioni, tendeva ad aspettare un segnale dell'adulto, e quando sceglieva lo faceva dopo molto tempo.
Gli operatori hanno prima osservato cosa le piaceva, poi hanno preparato delle immagini degli oggetti e delle attività preferite. Durante le sessioni le mostravano alcune immagini insieme e la invitavano a scegliere. Se non rispondeva, le ricordavano cosa poteva fare ("puoi indicare l'immagine che ti piace"), ma senza mai suggerirle quale scegliere. Quando sceglieva, otteneva subito ciò che aveva indicato.
Nel corso di dodici incontri le scelte spontanee sono aumentate in modo costante, sia per i giochi sia per gli spuntini. Gli operatori hanno notato anche che la bambina partecipava di più, sceglieva con più sicurezza e sembrava meno in difficoltà durante le attività.
È un caso singolo e i dati sono preliminari: gli stessi autori sottolineano che resta da capire quanto queste abilità si trasferiscano alla vita di tutti i giorni. Ma l'idea di fondo è semplice e molto utile anche per i genitori.
Nella Vita di Tutti i Giorni
Non serve una procedura formale per dare a un bambino più occasioni di scegliere. Alcuni principi però aiutano molto.
Poche opzioni, ben visibili. Due sono spesso il punto di partenza giusto. Meglio se il bambino le vede davvero: gli oggetti stessi, oppure immagini o foto. Una domanda solo a voce ("cosa vuoi fare?") è molto più difficile.
Le immagini aiutano. Per molti bambini una foto o un disegno è più chiaro di una parola, e indicare un'immagine è più semplice che rispondere. Trovi qualche spunto in Supporti visivi: quattro strumenti e in Materiali per bambini non verbali.
Dare tempo, senza suggerire. È la parte più difficile per un genitore. Quando il bambino esita, viene spontaneo indicare noi, oppure dire "dai, prendi questo". Così però la scelta torna nelle nostre mani. Meglio aspettare con calma e, se serve, ricordargli cosa può fare ("puoi indicare quello che ti piace"), lasciando a lui la decisione.
Rispettare la scelta, anche quando sorprende. Se ha scelto il gioco che secondo noi gli piace meno, va bene così. Se gli diamo comunque quello che pensavamo preferisse, impara che scegliere non serve a niente.
Anche dire "no" è una scelta. Allontanare un oggetto, spingerlo via, girarsi dall'altra parte: sono modi di comunicare un rifiuto, e vale la pena accoglierli.
Le occasioni sono ovunque. Quale maglietta, quale libro per la nanna, quale gioco al parco, quale canzone in macchina. Piccole scelte ripetute ogni giorno valgono più di una grande sessione dedicata. Ne parliamo anche in Il ruolo del genitore nel gioco.
I gusti cambiano. Quello che oggi è il preferito domani può non esserlo più. Proporre scelte di tanto in tanto aiuta anche noi a restare aggiornati. Ne parliamo in Motivazione e apprendimento.
⚠️ Quando parlarne con il professionista
Se tuo figlio non riesce a scegliere nemmeno tra due opzioni molto semplici, se ogni proposta di scelta lo agita molto, o se non ha ancora un modo per indicare cosa vuole, è utile parlarne con il neuropsichiatra infantile o con chi lo segue. Insieme si può capire da dove partire e quale modo di comunicare è più adatto a lui.